La Parigi di Simenon e Maigret, del Cinema, dei Bistrot, delle Canzoni, della Malavita.
La casa editrice Adelphi, dopo Guerra, pubblica Londra, di Louis-Ferdinand Céline.
Ferdinand, eroe della guerra, lasciò la Francia per Londra, dove tutto l'odio e tutti gli accenti buffi rimangono inevitabilmente nascosti in un giorno qualsiasi. Lì trova la sua fidanzata prostituta Angèle, che ora vive con il maggiore inglese Purcell.
Ferdinand si stabilisce nella soffitta della pensione Leicester, dove l'uomo di nome Cantaloup, un pappone di Montpellier, organizza un intenso traffico sessuale di ragazze, insieme ad altri personaggi pittoreschi, tra cui il poliziotto Bijou e l'ex attentatore Borokrom.
Sfruttamento, alcolismo, traffico di polvere da sparo, violenza e irregolarità di ogni genere rendono questa truppa di sopravvissuti impazziti, ossessionati dall'idea di essere mandati al fronte o rimandati indietro, ogni giorno più sospetta.
All’inizio di Londra Ferdinand, alter ego di Céline, appena sceso dalla nave su cui si era imbarcato alla fine di Guerra, si ritrova nel mondo della mala londinese, o meglio di quella francese, fuggita in massa per scampare alle trincee. Una contro-società chiusa in sé stessa, con le sue regole inumane, da tutti accettate stoicamente.
Ma che cos’è Londra? Un manuale di sopravvivenza a uso dei disertori, un inno dolente alla prostituzione, un’elegia alla città che i giornali dell’epoca definivano «il più grande mercato di carne umana del mondo»: mai così diversa, stralunata, affascinante nel suo superbo squallore.
Céline squaderna una galleria di personaggi eroici nella turpitudine, alcuni già incontrati in Guerra come la prostituta Angèle e il maggiore Purcell (qui trasformato in folle inventore), o il bombarolo dostoevskiano Borokrom, i due papponi rivali Cantaloup e Tregonet, e il medico ebreo Yugenbitz, «pura bontà», quello che Céline avrebbe voluto diventare.
Tutti dal destino segnato, popolano giorno e notte grandi arterie e angiporti, androni e locali malfamati, parchi e latrine.
La violenza, l’intensità quasi insopportabile di questa prosa dimostrano che il romanzo ci è pervenuto in una versione non purgata, che mai avrebbe potuto vedere la luce negli anni Trenta, quando è stato scritto, e resta materia incandescente ancora oggi. Perché Céline, lo sappiamo, vuole arrivare «fino a dove c’è l’origine di tutto».
E per farlo ha bisogno di trovare la giusta dose di delirio, di far suonare il suo organetto nella nebbia, sul selciato infido della City, verso l’acqua che lo ha sempre tentato, verso il Tamigi: «È la notte del mondo che scorre, sotto i ponti. Si alzano come braccia per farla passare».
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