La Parigi di Simenon e Maigret, del Cinema, dei Bistrot, delle Canzoni, della Malavita.
Maigret perde le staffe, titolo originale francese La colère de Maigret, è un romanzo di Georges Simenon con protagonista il commissario Maigret.
Il romanzo è stato scritto dal 13 al 19 giugno 1962 in Svizzera e pubblicato per la prima volta nel quarto trimestre del 1963 in Francia presso l'editore Presses de la Cité.
È il sessantunesimo romanzo dedicato al celebre commissario.
In Italia è apparso per la prima volta nel 1967, tradotto da Luisa Scandolo e pubblicato da Mondadori nella collana "Le inchieste del commissario Maigret" (nº 43).
Sempre per lo stesso editore è stato ripubblicato in altre collane o raccolte tra gli anni sessanta e novanta.
Nel 2008 il romanzo è stato pubblicato presso Adelphi, tradotto da Marina Karam, con il titolo Maigret perde le staffe, nella collana dedicata al commissario (parte de "gli Adelphi", al nº 334).
Aveva gli occhi spalancati, come persi nel nulla, la schiena curva e il passo lento e pigro.
In quei momenti, le persone intorno a lui e soprattutto i suoi collaboratori pensavano che si stesse concentrando. Niente di più falso. Maigret aveva un bel dire, ma nessuno gli credeva. In realtà, ciò che faceva era un po' ridicolo, addirittura infantile. Prendeva un briciolo d'idea, un pezzettino di frase e se lo ripeteva come uno scolaro che cerca di farsi entrare in testa la lezione. Gli capitava anche di muovere le labbra, di parlare a bassa voce, da solo nel bel mezzo dell'ufficio, sul marciapiede, dovunque.
E quello che diceva non sempre aveva senso. A volte sembrava una battuta.
«Ci sono stati casi di avvocati uccisi da un cliente, ma non ho mai sentito parlare di clienti uccisi dal loro avvocato...».
Non capita spesso che Maigret perda le staffe. In genere (lo sanno bene i suoi fedeli lettori) conserva sempre quella sua aria un po' torpida, quasi ottusa, e la sua imperturbabile calma. Con un certo tipo di colpevoli, poi, può anche dar prova di una personale, benigna indulgenza. Altri, invece, suscitano in lui un disprezzo irrefrenabile, e a volte un furore micidiale. Ed è appunto ciò che accadrà allorché, dopo aver brancolato nel buio per un po', il commissario si troverà di fronte l'assassino di Emile Boulay, detto il Bottegaio. Un omicidio che fin dal primo momento gli è sembrato anomalo. Innanzi tutto perché chi ha ucciso ha tenuto nascosto il cadavere per più di quarantott'ore prima di abbandonarlo su un marciapiede. E poi perché Emile è stato strangolato: e in genere negli ambienti della malavita si usa la pistola, o al massimo il coltello. Lo stesso Boulay, del resto, era un personaggio anomalo: proprietario di vari night-club, doveva il suo soprannome al modo in cui gestiva gli affari: "Non è mica perché uno si guadagna la vita facendo spogliare le donne che dev'essere per forza un gangster... Sono un commerciante rispettabile, io..." usava dire. Chi poteva aver interesse a uccidere un uomo così ligio, così attento alla propria reputazione?
Il romanzo è stato adattato una sola volta in televisione:
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